Vi racconto una storiella.
Immaginate di essere una guardia armata. State camminando per la città quando vedete un individuo che corre fuori da un negozio, mentre le persone urlano: «Al ladro! Al ladro!». In un attimo capite cosa sta succedendo e cercate di fermare l’individuo sospetto, intimandogli di fermarsi. Lui però non si ferma e continua a scappare. Provate a rincorrerlo, ma è molto veloce. Siccome siete armati, gli urlate anche: «Fermo o sparo!», ma niente: l’individuo continua a correre e alla fine riesce a seminarvi (ah, quelle maledette sigarette…).
La sera, quando rincasate, ascoltate il notiziario che racconta di un individuo con l’esatto identikit del ladro che avete inseguito: poco dopo il vostro incontro è entrato in un altro negozio, questa volta uccidendo numerose persone.
A quel punto vi sentite male. Avreste potuto fermarlo con la vostra arma, ma non lo avete fatto. Se lo aveste fatto, molti innocenti in questo momento sarebbero ancora vivi.
Passate i giorni successivi con questo pensiero fisso nella testa, che vi genera un fortissimo disagio. Avreste potuto sparare, magari alle gambe… Perché non l’avete fatto? Ma soprattutto: è giusto non averlo fatto? È un dilemma che vi perseguita, che vi rode il cervello, che vi lascia in uno stato di smarrimento che non accenna a diminuire.
Finché incontrate un caro amico, al quale raccontate la vostra storia. L’amico è un fisico quantistico e conosce bene gli stati di sovrapposizione. Vi spiega che con la vostra mente avete creato un mostro, collegando tra loro due situazioni separate e trasformandole in una situazione unica, in un tutt’uno inseparabile. Cercare di stabilire se il vostro modo di agire sia stato opportuno o meno in relazione a quel tutt’uno è qualcosa di impossibile.
Perché le situazioni sono due.
La prima è quella di un ladro che esce da un negozio. In quella situazione avete agito correttamente, facendo tutto il possibile per fermare l’individuo senza sparare. Non si spara a qualcuno per il semplice sospetto che abbia rubato qualcosa; inoltre c’era gente in giro, quella persona avrebbe potuto essere armata e avreste potuto causare un disastro. In breve, vi siete comportati come da manuale, tenendo conto del contesto e delle regole di ingaggio. Non avete nulla da rimproverarvi.
Poi c’è l’altra situazione: quella di un individuo pericoloso che compie una strage in un negozio. È una situazione completamente differente, separata, che accade in uno spaziotempo diverso e che non ha nulla a che fare con la precedente. Nella vostra mente va tenuta rigorosamente separata dalla prima.
In questa seconda situazione, se foste stati presenti, avreste indubbiamente cercato di fermare l’individuo anche sparando, se necessario. Ma non eravate presenti.
Connettere i significati di queste due situazioni solo perché lo stesso individuo compare in entrambe è qualcosa che la mente, con le sue abilità associative, è in grado di fare con facilità. Ma permetterle di farlo, in questo caso, è un grave errore.
Ci sono momenti nella nostra vita in cui è corretto provare a connettere le situazioni tra loro, in termini di significato, per arrivare a una comprensione più profonda. Ma ce ne sono altri in cui dobbiamo evitarlo a ogni costo, se non vogliamo cadere vittime di una profonda confusione, con tutto il disagio che ne consegue.
Le parole del vostro amico hanno un effetto immediato su di voi. Di colpo, il disagio che vi ha perseguitato per giorni svanisce e torna il sereno. Prima di salutarvi, vi dice ancora qualcosa che vi colpisce.
È importante, dice, distinguere tra lo scoprire connessioni di significato già esistenti e il crearne di nuove. Il primo processo, quello della scoperta, ci apre spesso a comprensioni più profonde. Il secondo, quello della creazione, richiede molta attenzione: se da un lato permette di dare vita a nuove possibilità, dall’altro, se usato senza discernimento, rischia di intrappolarci in stati di sovrapposizione senza via di uscita.
