Non offendere

15.01.2026 - Massimiliano Sassoli de Bianchi

La diversità non riguarda soltanto i differenti colori della pelle, le religioni, le culture, le tradizioni o i modi di vivere e di percepirsi, ma anche — e soprattutto — l’esistenza di idee differenti. Ora, per il semplice fatto che esistono idee diverse, alcune di esse finiranno inevitabilmente per offendere alcune persone. Che cosa dovremmo fare, allora? Dovremmo forse tacere tutti, per evitare di offenderci reciprocamente? Se così fosse, costruiremmo una società nella quale nessuno sarebbe più in grado di difendere un’idea, di prendere posizione, di lottare per qualcosa in cui crede.

L’offesa, dunque, non è qualcosa di cui dobbiamo sbarazzarci a ogni costo in nome della diversità. Al contrario, come ricorda in modo particolarmente lucido la scrittrice canadese Irshad Manji, l’offesa è il prezzo da pagare per la realizzazione di un’autentica diversità: quella di una società realmente pluralista, composta da individui capaci di assumere posizioni chiare su ciò che ritengono accettabile o meno, pur restando consapevoli che tali posizioni possono evolvere nel tempo grazie al confronto delle idee.

Comprendere questo aspetto è particolarmente importante nel periodo storico attuale, caratterizzato da un progressivo appiattimento del dibattito pubblico, in cui le voci dissenzienti vengono sempre più spesso silenziate o addirittura censurate.

Preservare la libertà di parola e garantire spazio al dissenso, senza censura, diventa quindi una questione di importanza capitale.

Il rischio, oggi sempre più concreto, è quello di un appiattimento delle differenze — etniche, culturali, individuali — funzionale alla creazione di un “gregge” dominato da una visione unica. Una sorta di immunità di gregge, ma nei confronti delle differenze e della libertà di pensiero.

Questo tentativo di dissoluzione delle identità personali si inserisce in una società già profondamente frammentata, nella quale un numero crescente di individui sperimenta un senso di separazione, di isolamento e di mancanza di relazioni umane autentiche e soddisfacenti.

A ciò si accompagna una diffusa percezione di nonsenso, di assenza di significato e di scopo dell’esistenza, spesso colorata da un’ansia priva di oggetto, che viene gestita quasi esclusivamente attraverso un ricorso generalizzato agli psicofarmaci.

È importante cogliere il livello di fragilità strutturale in cui versa una società di questo tipo.

In un simile contesto, è sufficiente che una non meglio identificata élite promuova una narrativa capace di dare un nome a quell’ansia diffusa e di canalizzarla in una battaglia collettiva. Improvvisamente, l’individuo si sente parte di una comunità, non più isolato, impegnato in una lotta che conferisce senso a un’esistenza altrimenti percepita come vuota. È così che può emergere, sotto gli occhi di tutti, un fenomeno di ipnosi collettiva, tipico dei processi di formazione dei regimi totalitari.

La caratteristica fondamentale di un simile gregge, dominato da una visione unica, è la progressiva scomparsa delle differenze individuali, dell’autonomia di pensiero e della capacità critica.

Per mantenere vivo lo stato ipnotico, è naturalmente necessario individuare un nemico: qualcuno da combattere, sconfiggere e, all’occorrenza, ricreare.

La difficoltà maggiore nel risvegliarsi da questa condizione risiede nel fatto che alcune ingiunzioni del pensiero unico assumono le sembianze delle buone intenzioni.

Un esempio emblematico è l’imperativo a “non offendere”.

Basta osservare come, durante recenti crisi, le persone che esprimono un pensiero critico e costruttivo rispetto al monopensiero dominante — ad esempio mettendo in discussione direttive governative spesso prive di reale senso — vengano rapidamente messe a tacere con l’accusa di essere irrispettose o offensive nei confronti delle vittime.

Sarebbe invece necessario riesaminare con attenzione la nozione stessa di rispetto, che non ha nulla a che fare con l’assenza di confronto. Semmai è vero il contrario: negare all’altro un confronto intellettualmente onesto è, di per sé, una forma di mancanza di rispetto.

Nel silenzio assordante prodotto dalla cancellazione del dibattito pubblico, le menti più vulnerabili finiscono progressivamente per spegnersi, intrappolate in una dissonanza cognitiva sempre più profonda, che rende difficile ogni possibilità di emancipazione.

È in momenti come questi che occorre ricordare il valore centrale della libertà: l’unico dono in grado di garantire il progresso individuale e sociale.