I conflitti di coppia oggi appaiono più evidenti e frequenti che in passato, e la difficoltà nel affrontarli in modo costruttivo sta diventando un nodo centrale della vita relazionale contemporanea. Le separazioni aumentano, il dialogo si irrigidisce e spesso il conflitto viene vissuto come una prova definitiva di incompatibilità, piuttosto che come un passaggio naturale di crescita.
Non sorprende che, di fronte a questo scenario, emergano letture molto diverse del problema. Da un lato, persino alcune autorevoli voci religiose mettono in guardia dall’esistenza di forze culturali e sociali che tendono a indebolire i legami stabili, favorendo una visione individualistica delle relazioni. Dall’altro lato, gruppi di supporto come quelli dedicati alla codipendenza sottolineano l’importanza di riconoscere abitudini disfunzionali, dinamiche di controllo o di sacrificio eccessivo, che finiscono per soffocare il rapporto invece di nutrirlo.
In mezzo a queste posizioni, la società tende spesso a ridurre le relazioni di coppia a una sorta di contesa: chi ha ragione, chi ha torto, chi dà di più e chi riceve di meno. Il linguaggio dei diritti, pur avendo una sua legittimità, rischia di trasformare la relazione in un campo di battaglia, dove le differenze vengono vissute come minacce e non come risorse. In questo modo, si perde di vista la ricchezza che nasce proprio dall’incontro tra due diversità.
Riscoprire il valore delle differenze, come suggerivano autori che hanno messo in luce le peculiarità di genere e di sensibilità, potrebbe rappresentare una chiave importante per un autentico arricchimento reciproco. Non si tratta di tornare a modelli rigidi o stereotipati, ma di riconoscere che l’altro non è una copia di sé, né deve diventarlo. È proprio nello scarto, nella distanza e nella complementarità che la relazione può trovare nuova vitalità, al di là delle mode culturali e delle polarizzazioni ideologiche.
In questo contesto, è stato particolarmente illuminante per me osservare coppie che si trovavano sull’orlo del divorzio e che, grazie a percorsi ispirati a modelli come quello degli Alcolisti Anonimi, hanno scelto di mettere la relazione al centro. Il cambiamento più significativo non riguardava tanto la risoluzione immediata dei problemi, quanto lo spostamento dello sguardo: non più “io contro te”, ma “noi insieme davanti alla relazione”.
Quando la relazione diventa un’entità a cui rendere conto, qualcosa si scioglie. Si smette di fare bilanci continui su chi ha dato di più o di meno, su chi è in debito e chi in credito. Si inizia invece a donare alla relazione stessa, con la fiducia che ciò che viene offerto tornerà in forme magari inattese, ma autentiche. In questa prospettiva, anche i conflitti più banali possono trasformarsi da motivo di scontro a occasione di consapevolezza e di ripartenza condivisa.
Mettere la relazione al centro non è una formula magica, ma un cambio di paradigma. Richiede responsabilità, umiltà e una disponibilità reale a uscire dalla logica del confronto per entrare in quella della cura. È forse in questo spazio, meno rumoroso e più esigente, che le coppie possono ritrovare un nuovo inizio.
