Con il termine “pecora nera” si definiscono persone che non sono particolarmente rispettose delle regole stabilite. Non mi riferisco a un’irriverenza fine a sé stessa, ma a una libertà di trasgredire quando si percepisce che una regola non esprime più, o non ha mai espresso, verità. Questo tratto è essenziale per chiunque si prefigga l’obiettivo di cercare la verità, qualunque cosa essa sia.
A volte mi definisco “doppia pecora nera” perché mi muovo su due fronti d’indagine – i fondamenti della fisica e la ricerca interiore – adottando prospettive che spesso si distanziano dall’approccio prevalente. Nella mia ricerca nel campo della fisica, sono una pecora nera per due motivi principali. Anzitutto, il mio approccio teorico contiene idee piuttosto audaci sulla natura del reale che, di norma, vengono rifiutate dalla maggior parte dei colleghi. Questi, in modo un po’ nostalgico, preferiscono continuare a credere che tutta la fisica possa essere “dipinta” su un’unica e rassicurante tela spaziotemporale.
In secondo luogo, non riconosco alcuna autorità al materialismo metafisico, ancora oggi dominante, che riduce tutta la realtà a ciò che può essere misurato con i nostri strumenti tridimensionali. Dal mio punto di vista, la materia ordinaria è solo uno strato di una realtà multimateriale e multidimensionale molto più ampia. Questo mi consente di pormi domande che risultano impossibili per chi crede che l’esistente si esaurisca negli oggetti rivelati dai nostri strumenti di misura.
Racconto un episodio significativo. Qualche anno fa lessi un articolo in cui due neuroscienziati, applicando una corrente elettrica al cervello di una paziente epilettica, riuscirono a indurre sistematicamente esperienze extracorporee (OBE). La paziente affermava di vedere il proprio corpo dall’alto. Nonostante la ripetibilità del fenomeno, i ricercatori non ne verificarono l’oggettività. Scrissi una lettera alla rivista suggerendo di testare se la paziente fosse in grado di osservare elementi non visibili dalla sua posizione fisica. Gli autori risposero categoricamente che una verifica del genere non era mai stata presa in considerazione, perché già convinti dell’illusorietà dell’esperienza.
Questo episodio dimostra quanto, per alcuni colleghi, sia impossibile porsi domande significative, per via della loro fedeltà al materialismo metafisico. In fondo, è difficile fare buona scienza se si parte da una cattiva filosofia.
La seconda pecora nera in me è speculare alla prima e si manifesta nella ricerca spirituale. Essendo un esperto di meccanica quantistica, sono molto critico verso chi tenta di usare questa teoria per sostenere tesi spirituali che, almeno per ora, non trovano alcun fondamento scientifico (il che non significa che siano false, ovviamente).
Un esempio: tempo fa fui contattato da una persona invitata a partecipare a una trasmissione sui cosiddetti “miracoli quantistici”. Ma la giornalista, giustamente scettica, aveva chiesto la presenza di un fisico competente, come necessario controcanto. Dato il mio interesse per la ricerca interiore, mi fu chiesto di intervenire. Non vi dico la delusione della persona quando cercai di spiegarle che la “quantistica” di cui parlava lei non aveva nulla a che vedere con quella che studiamo noi fisici.
Va detto che da quando Fritjof Capra pubblicò Il tao della fisica, sottolineando possibili analogie tra fisica moderna e spiritualità orientale, sono proliferati testi sempre più approssimativi, scritti da sedicenti guru scientifico-spirituali, nei quali si manipolano concetti fisici e spirituali per formulare improbabili teorie, purtroppo lontane da ogni rigore.
Un secondo esempio: anni fa lessi un articolo scritto da alcuni parapsicologi, secondo cui l’attenzione mentale umana sarebbe in grado di alterare lo schema d’interferenza nel celebre esperimento della doppia fenditura. Scrissi agli autori spiegando che ero disposto a prendere in considerazione l’ipotesi di un effetto psicocinetico, avendo personalmente sperimentato alcuni fenomeni psi. Tuttavia, espressi forti perplessità riguardo alla loro conclusione, secondo cui l’esperimento avrebbe confermato il ruolo della coscienza nel collasso della funzione d’onda quantistica.
Da esperto di fisica quantistica, so bene cosa questa teoria afferma e, soprattutto, cosa non afferma. È un conto accettare, in linea di principio, l’ipotesi di un’interazione sottile tra mente e materia; ben altro è invocare impropriamente la teoria quantistica per legittimare tale possibilità.
La meccanica quantistica non richiede il coinvolgimento della coscienza umana per spiegare il processo osservativo. E anche qualora si ipotizzasse che sia la coscienza a provocare il collasso della funzione d’onda, ciò non basterebbe a giustificare l’idea che la mente possa modificare le probabilità degli esiti osservati. È bene ricordare che, pur essendo indeterministica rispetto ai singoli risultati, la quantistica è rigorosamente deterministica nella previsione delle probabilità associate a ciascun risultato.
Nel gruppo di ricerca con cui collaboro, proponiamo un’interpretazione speculativa della fisica quantistica, detta concettualistica. Secondo questa visione, i fenomeni quantistici sarebbero di natura cognitiva – ma non in senso antropomorfico. Un elettrone, ad esempio, esisterebbe per lo più in uno stato “astratto”, solo potenzialmente presente nello spazio, e soltanto quando viene “catturato” da un dispositivo sperimentale (non dalla coscienza dell’osservatore) si genererebbe una posizione ben definita. Questo processo di attualizzazione di proprietà potenziali può essere paragonato a un atto cognitivo, in cui un concetto astratto si concretizza improvvisamente, come quando, rispondendo a una domanda, scegliamo una risposta tra le molte possibili.
Nell’interpretazione concettualistica, sono gli strumenti di misura ad agire come vere e proprie entità cognitive, sensibili al significato veicolato dall’entità quantistica misurata. In altre parole, non vi è confusione tra i diversi “strati” cognitivi di un universo che, in ultima analisi, sarebbe pancognitivista: un universo in cui tutto partecipa alla cognizione, e in cui la cognizione umana rappresenta soltanto un episodio molto recente, manifestato a un livello organizzativo molto specifico.
Per concludere, risulto scomodo ai fisici tradizionali, perché mi spingo oltre le loro rassicuranti convinzioni mono-materialiste, e sono altrettanto scomodo per molti ricercatori spirituali, perché contesto numerosi tentativi di validare le visioni spiritualistiche attraverso una scorretta comprensione della fisica moderna.
Essere una doppia pecora nera non è sempre comodo, ma è inevitabile per chi vuole esplorare liberamente, con sincerità e rigore, la complessa realtà che ci circonda. Spero che questa mia testimonianza incoraggi altri a non curarsi troppo della direzione presa dal gregge, piccolo o grande che esso sia. Con i tempi che corrono, è più che mai importante.
Pubblicato originalmente sul numero 20 di Emozioni (2025), trimestrale di umanesimo, intelligenza emotiva e impresa.
