Autoricercare

01.01.2026 - Massimiliano Sassoli de Bianchi

In latino il termine circare apparteneva al gergo venatorio: il cane circava descrivendo cerchi via via più ampi attorno ai luoghi in cui la preda era stata avvistata. Il verbo ricercare, invece, ha valore iterativo e indica l’atto del cercare ripetuto, dunque attento, accurato, sistematico e volto alla completezza. Autoricercare, infine, è un termine riflessivo e designa la possibilità di spostare il fuoco dell’indagine dall’esterno all’interno, ossia dagli oggetti percepiti al soggetto che percepisce, nonché al meccanismo stesso della percezione.

In altre parole, se la ricerca è un movimento prevalentemente centrifugo, orientato “verso l’esterno”, l’autoricerca è un moto essenzialmente centripeto, rivolto “verso l’interno”: i cerchi, anziché espandersi, si restringono progressivamente, con l’intento di catturare l’ambita preda che si cela da qualche parte al centro, nel nostro nucleo più intimo e profondo. È lì che risiede la nostra identità primaria, ciò che realmente siamo al di là delle rappresentazioni illusorie e dei filtri deformanti prodotti dalla mente ordinaria.

Quanto detto riassume simbolicamente l’essenza dell’autoricerca, ossia di quel processo attraverso il quale l’essere umano, fin dai tempi più remoti, tenta di sollevare un lembo del grande velo: il mistero che avvolge l’esistenza di ciascuno di noi. Un mistero che può essere condensato in alcuni interrogativi fondamentali, quali, ad esempio: chi e che cosa sono veramente? Da dove vengo e dove sono diretto? Perché mi trovo su questo pianeta, in questo specifico insieme di coscienze, in questo determinato periodo storico? Posso migliorare la mia condizione, sia interiore sia esteriore? Esiste qualcosa al di là della morte fisica? Qual è il mio potenziale evolutivo e in che modo posso realizzarlo? Hanno senso tutte queste domande e, se sì, fino a che punto è possibile darvi risposta?